La planata perfetta

Cos’è la planata?

È bello planare? Verissimo, ma cosa significa esattamente? Inutile attribuire alla propria barca doti velocistiche che disubbidiscono alle leggi della fisica.
Prima di entrare in planata una barca dovrà’ superare la velocità critica, superare la fase ancor piu critica di semiplanata e poi, se sono soddisfatte le richieste della fluidodinamica, planare.
Ogni scafo in ragione della propria lunghezza al galleggiamento ha la sua massima velocità in regime dislocante, quella appunto denominata velocità critica. Vediamo come calcolarla. Per ottenere il risultato in nodi (miglia nautiche all’ora) si dovrà usare la misura della lunghezza al galleggiamento in piedi.
La formuletta per il calcolo della velocità critica è semplice: radice quadrata della lunghezza al galleggiamento moltiplicato 1,30. Per il Paper8, dove la lunghezza al galleggiamento è praticamente uguale alla sua lunghezza fuori tutto (10 piedi), il calcolo porta ad una velocità critica di circa 4 nodi.

Come funziona la planata?

Per superare la velocità imposta dal regime dislocante, dobbiamo entrare in planata… levando il “freno a mano”. Quando si plana ciò che in pratica accade è che la barca non solca più l’acqua. Avviene cioè che lo strato d’acqua a contatto della carena si appiccica allo scafo e viaggia con noi. Quindi l’acqua sottostante scivola su questo strato aderente d’acqua diventato “solidale” alla barca. Ciò riduce enormemente l’attrito, perché anziché avere uno scafo che scivola sull’acqua (situazione vera fino alla soglia della velocità critica), abbiamo uno strato d’acqua che scivola sul suo strato d’acqua contiguo.

Per entrare in planata però si deve vincere una iniziale resistenza, come un jet che deve sfondare il muro del suono.

Prepariamoci a planare.

Senza partire troppo da lontano supponiamo che i seguenti 3 aspetti fondamentali siano già stati minuziosamente assimilati:
1. regolazione delle vele (vele gonfie con scotte il più possibile filate);
2. assetto longitudinale (scia piatta, specchi prua e poppa fuori dall’acqua);
3. controllo sbandamento (timone neutro).

Vediamo quindi come gestire al meglio il tutto per far sì che la barca inizi la planata il prima possibile e che ci resti il più a lungo possibile.

Innanzitutto serve velocità. Perciò planare di bolina strettissima è molto difficile (a meno di situazioni particolari, esempio bel vento di 10-13 nodi e zero onda). Così come è difficile planare con l’andatura a farfalla di poppa piena (a meno di situazioni particolari, tipo vento superiore a 18 nodi e moto ondoso pronunciato).

Vien da se quindi che le andature preferibili sono traverso e lasco, quando cioè la forza propulsiva delle vele, che si sviluppa grazie contemporaneamente a pressione+portanza, viene quasi totalmente convertita in spinta utile.

La planata perfetta.

Allora siamo pronti? Dai, iniziamo… Condizioni ideali: vento da nw di 14 nodi, onda 1,5 metri. Usciamo e per riscaldarci iniziamo con dei bordi di bolina stretta, in modo da avere sempre la nostra base di partenza/arrivo sottovento rispetto alla “zona operativa”. Qualche virata per prendere assetto e confidenza, manovrando anche in rapida successione per eseguire dei buoni esercizi di risveglio muscolare. Dopo aver grattato il maestrale guadagnando un miglio buono di sopravvento, possiamo finalmente iniziare.

Si poggia fino al traverso lascando le scotte (in poggiata SEMPRE prima quella della randa). La barca parte con un sussulto, accelera, ecco giungengere un’onda bella gonfia al traverso… la calvachiamo poggiando, ma questa volta le scotte non si filano. Perché? Semplice: l’accelerazione ha prodotto un repentino spostamento del vento apparente verso prua, quindi poggiando sull’onda, oltre a prendere profitto della sua spinta generosa, manteniamo le vele correttamente bordate con il nuovo angolo del vento. In pratica ci troveremo a navigare al lasco, ma con vento apparente (e regolazione delle scotte) proveniente al traverso. L’effetto è sorprendente ed ecco che la barca continua ad accelerare cavalcando l’onda.

A questo punto, se la planatona è seria, si dovrà probabilmente addirittura cazzare, soprattutto la randa, per restare il più a lungo possibile nella condizione di grazia. Anche il peso, al crescere della velocità, dovrà spostarsi verso poppa. Si eviterà così che lo specchio di prua schiaffeggi l’acqua producendo notevole attrito. O peggio che scendendo dall’onda la barca pianti il muso nel cavo, ingavonando un centinaio di litri in 1/2 (interminabili) secondi.

Proviamoci ancora.

Se siamo stati bravi e tutto è filato liscio siamo rimasti in planata sull’onda a lungo. Prima o poi però l’onda avrà la meglio e, liberatasi di noi, riprenderà il suo viaggio di nuovo libera e selvaggia. Inutile crucciarsi, lasciamola pure andare e andiamo a caccia della nostra prossima nuova beniamina e preda.

Innanzitutto filiamo rapidamente le scotte, perché il rapido rallentamento avrà prodotto il ritorno nel vento alle nostre spalle, quindi dobbiamo urgentemente ricominciare a produrre energia con la nostra centrale eolica di bordo. Duplice azione: scotte filate e si torna ad orzare, verso il traverso. Peso di nuovo in avanti, per conferire leggerezza alla poppa ed aiutarla a montare sull’onda, quella nuova bella ciotta che abbiamo inquadrato golosi un attimo fa…

Da ricordare.

Salire, scendere, skizzare, giù, su, accelerare e partire ancora… Va benissimo, ma ricordiamoci di verificare spesso la nostra posizione. Se giocando giocando siamo scaduti al vento, prima di risalire ancora sulla giostra è bene tornare a pedalare con bordi stretti di bolina per riposizionarsi in posizione di controllo e sicurezza ad 1 miglio sopravvento.

Infine gli ultimi consigli pratici sull’uso del timone.

  1. Quando la barca parte in planata, oltre a portare il peso indietro, uscite alle cinghie per evitare lo sbandamento sottovento e compensare così la maggiore pressione del vento apparente. Se manterrete la barca piatta il timone resterà neutro, richiedendo solo minimi aggiustamenti. Questo è molto importante perché produrre azioni decise sul timone in accelerazione è il modo migliore per far abortire la planata.
  2. Nel caso l’onda vi porti verso la straorzata (orzata involontaria), fenomeno certamente indotto anche da uno sbandamento sottovento iniziale eccessivo (mantenere barca piatta!), anziché usare il timone come una clava controllate soltanto per limitare il fenomeno. Reagite piuttosto per riportate la barca piatta e magicamente vedrete, dopo solo un attimo, che la barca tornerà da sola in rotta.
  3. Se quanto descritto al punto precedente accade spesso perché le onde sono belle grosse, ricordatevi che il fiocco cazzato, sottovento alla randa, aiuta tantissimo.

Buone planate a tutti!

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